Una di quelle cose che può farci recuperare l' autoeditoria è l'autenticità del linguaggio . Chi scrive e pubblica da sé ha una grandissima opportunità: scrivere come parla . Distorcere il linguaggio scolastico e farlo assomigliare sempre di più a noi e alla nostra parlata , lo rende caratteristico, particolare, unico. Recuperare quella spontaneità d'espressione che si vuole nascondere a tutti i costi per non apparire ignoranti o meno acculturati di altri, perché questo ci hanno insegnato, ci rigenera come persone. E, non soltanto, perché rivela le nostre origini , la regione da cui proveniamo, ma anche e soprattutto perché esplicita la nostra vera potenzialità linguistica, che poi è legata strettamente, non solo, al vocabolario di cui abbiamo potuto beneficiare, ma anche all'indole caratteriale che ci appartiene come persone nate e cresciute in un dato contesto. Identità individuale linguistica e culturale . Liberarla, e libe...
La prima regola per diventare un autoeditore è la seguente: la scrittura deve essere un piacere . E capirai, ci mancherebbe pure, potresti dirmi. Invece, è tutt'altro che scontato. Perché? Bella domanda . Tanto per cominciare perché, se è un piacere per davvero, e i veri piaceri sono rimasti pochi, non deve (o non dovrebbe) mai e poi mai essere un peso, un dovere, e questo in nome di qualunque cosa, anche del fatto che un giorno, pure lontano, lontanissimo, come ti pare, ci potresti fare dei soldi . Ecco un'altra parola che dovrebbe riecheggiare: naturalezza. Per scrivere bene, devi goderne a pieno, non ti deve costare nulla, deve essere liberatorio, una goduria, un sollazzo. Anche perché ti ci devi impegnare, ti ci devi dare parecchio, ti ci devi immergere, andare in apnea e poi risalire e continuare a nuotare, così, giusto per usare una metafora . Nulla di grave, nulla di capitale, nulla d'incontrovertibile. Solo...