Mi piacerebbe tornare, un attimo, sulla prima regola del post che precede, per chiarire meglio una cosa: scrivere per piacere, divertirsi nel farlo, buttarsi nella scrittura con assoluta spensieratezza, non significa affatto farlo superficialmente. Anzi, se vogliamo dirla proprio tutta, il contrario, perché gli dà più energia. Ciò che è scritto spontaneamente, pur con qualche difetto , ha comunque più stile e identità . E questa è un'evidenza, non un' opinione . L'imperfezione, e ci ricomprendo tutto, conferisce personalità , unicità . E poi marca, segna, lascia il ricordo . E questo indipendentemente da cosa si scrive e da come. Per farla breve, il cosiddetto “brutto”, o quello che ci sembrava tale, spesso perché frutto di uno stile libero da condizionamenti, anche se acerbo, può riservare, soprattutto a distanza d'anni, quella sorpresa e quella rivelazione che solo chi ha matura...
Esiste una giusta distanza tra chi scrive e chi legge? Se non esiste, dovrebbe esistere oppure no? Mantiene ancora un valore il non vedere e il non sentire chi leggiamo, per abbandonarci solo a quello che scrive, oppure no? Viviamo in un'epoca in cui i social riguardano anche gli autori, e questo per ragioni di pura visibilità. E qui entra in gioco anche un altro concetto, un'idea che assilla un po' tutti: la popolarità . E non solo come metro di valutazione dell'efficacia di quello che si fa o come parametro di bravura, ma anche e soprattutto, purtroppo, come il senso, come la ragione dell'azione che si vuole perpetrare. Se non sei popolare non sei bravo, e non sei bravo perché ciò che scrivi non arriva a molte persone, e, quindi, giustamente, in conclusione, la tua azione non ha senso perché si rivela inefficace. Per aumentare la propria visibilità , e per assurdo, per diventare maggiormente popolari, in vista, per l'appunto, di dare un ...