La prima regola per diventare un autoeditore è la seguente: la scrittura deve essere un piacere . E capirai, ci mancherebbe pure, potresti dirmi. Invece, è tutt'altro che scontato. Perché? Bella domanda . Tanto per cominciare perché, se è un piacere per davvero, e i veri piaceri sono rimasti pochi, non deve (o non dovrebbe) mai e poi mai essere un peso, un dovere, e questo in nome di qualunque cosa, anche del fatto che un giorno, pure lontano, lontanissimo, come ti pare, ci potresti fare dei soldi . Ecco un'altra parola che dovrebbe riecheggiare: naturalezza. Per scrivere bene, devi goderne a pieno, non ti deve costare nulla, deve essere liberatorio, una goduria, un sollazzo. Anche perché ti ci devi impegnare, ti ci devi dare parecchio, ti ci devi immergere, andare in apnea e poi risalire e continuare a nuotare, così, giusto per usare una metafora . Nulla di grave, nulla di capitale, nulla d'incontrovertibile. Solo...
Non so che cosa mi sia successo, ma sono entrato quasi subito nel panico. E la cosa era strana, in fondo il direttore del negozio mi aveva chiesto soltanto di prendere quel banchetto lurido che stava nel magazzino, tra la pressa del cartone e il primo bancale di pelati, di dargli una bella pulita e di posizionarlo di fianco al tornello dell'entrata. Ci aveva tenuto a mettermi in mano straccio, carta e detersivo spray, tieni mi aveva detto, e aveva ribadito di fare un buon lavoro, che poi quel piccolo, insignificante banchetto, sarebbe stata la prima cosa a saltare all'occhio di tutti i clienti. Mentre cercavo di ripulirlo dal grasso e dalla polvere, che insieme avevano creato una miscela collosa difficilissima da mandare via, tanto che lo stesso sgrassatore pareva arrancare, sono stato assalito dall'ansia che qualcuno potesse riconoscermi. Mesi, anni, decenni di studio senza orari, senza tregua, senza risparmio, in costante preda dei sensi di colpa di non essere mai abbas...