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Autoeditoria: la giusta distanza



Esiste una giusta distanza tra chi scrive e chi legge?

Se non esiste, dovrebbe esistere oppure no?

Mantiene ancora un valore il non vedere e il non sentire chi leggiamo, per abbandonarci solo a quello che scrive, oppure no?

Viviamo in un'epoca in cui i social riguardano anche gli autori, e questo per ragioni di pura visibilità.

E qui entra in gioco anche un altro concetto, un'idea che assilla un po' tutti: la popolarità.

E non solo come metro di valutazione dell'efficacia di quello che si fa o come parametro di bravura, ma anche e soprattutto, purtroppo, come il senso, come la ragione dell'azione che si vuole perpetrare.

Se non sei popolare non sei bravo, e non sei bravo perché ciò che scrivi non arriva a molte persone, e, quindi, giustamente, in conclusione, la tua azione non ha senso perché si rivela inefficace.

Per aumentare la propria visibilità, e per assurdo, per diventare maggiormente popolari, in vista, per l'appunto, di dare un senso compiuto a ciò che si fa, e per compiuto, spesso, s'intende nel senso economico del termine, perché non dimentichiamo che viviamo anche in un periodo in cui si ha senso in quello che si fa solo se si fanno i numeri che contano, diversamente dovremmo lasciar perdere, anche chi scrive tende a snaturarsi, trasformando quella che dovrebbe rappresentare un'attività riservata per eccellenza, di puro raccoglimento in sé stessi, come lo è d'altra parte la lettura, che rappresenta l'altra faccia della medaglia, in un costante e inutile confronto con l'esterno, e non importa che l'altro sia davvero un interlocutore oppure no, perché è proprio il voler esporsi per raggiungere una maggior visibilità che annienta la fecondità del rimanere da parte, soli, per far maturare pian piano ciò che poi vedrà la luce sulla pagina.

Perché non ci viene mai in mente che, forse, vedendoci parlare, vedendo la nostra immagine, il nostro viso, il nostro atteggiamento, il nostro primo impatto può deludere, o addirittura infastidire, oppure ridicolizzarci o semplicemente frantumare quell'immagine costruita dalle nostre frasi, dalle nostre parole?

Ma, in fondo, poi, nascondersi, oltre che più piacevole, non è pure più facile?

E questo è quanto.
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P.S.: la foto è mia e non c'entra nulla con l'argomento.

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