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Lavorare nella grande distribuzione organizzata (parte prima)


Non so che cosa mi sia successo, ma sono entrato quasi subito nel panico. 

E la cosa era strana, in fondo il direttore del negozio mi aveva chiesto soltanto di prendere quel banchetto lurido che stava nel magazzino, tra la pressa del cartone e il primo bancale di pelati, di dargli una bella pulita e di posizionarlo di fianco al tornello dell'entrata. 

Ci aveva tenuto a mettermi in mano straccio, carta e detersivo spray, tieni mi aveva detto, e aveva ribadito di fare un buon lavoro, che poi quel piccolo, insignificante banchetto, sarebbe stata la prima cosa a saltare all'occhio di tutti i clienti.

Mentre cercavo di ripulirlo dal grasso e dalla polvere, che insieme avevano creato una miscela collosa difficilissima da mandare via, tanto che lo stesso sgrassatore pareva arrancare, sono stato assalito dall'ansia che qualcuno potesse riconoscermi.

Mesi, anni, decenni di studio senza orari, senza tregua, senza risparmio, in costante preda dei sensi di colpa di non essere mai abbastanza, per fare in modo di potermi distinguere dalla massa, per cercare di arrampicarmi il più possibile e garantirmi una posizione, erano stati spazzati via in un attimo. 

Un'attesa lunga una vita intera, passata ad aspettare di essere chiamato dottore, di beneficiare del credito e del riconoscimento che quella parola aveva garantito alle generazioni di tutta la mia famiglia, era stata rasa al suolo dal suono delle parole di un bifolco senza pari che me le scandiva a chiare lettere, manco fossi l'ultimo dei deficienti, e in fondo sapevo che calcava la mano per rendere più evidente quell'annullamento e si compiaceva dell'essere sicuro che non avrei retto, se non, nella migliore delle ipotesi, qualche mese o poco più.

E, invece, sarebbero passati quasi due anni.

Ma il bello era che rinunciare seduta stante all'oppormi a quella cosiddetta deriva, la sola idea di abdicare al pensiero di me stesso come il candidato ideale a quella vita fatta solo per impegnarsi in grandi progetti degni di nota nei pranzi di natale, mi rilassava, mi cullava.

Forse un lavoro umile era molto più confacente a quelle che erano realmente le mie esigenze. 

In fin dei conti, mi bastava la tranquillità di potermi mantenere, ero lontano da casa e nessuno mi avrebbe potuto mai scorgere lì, chino a sgrassare e a riempire di volantini quel maledetto affare.

E mentre mi accorgevo di sudare freddo, di avere le mani tremanti e il dolore alle ginocchia, mi chiedevo se la coscienza di prostituirsi per la prima volta dava un effetto vagamente simile.

O forse mi avevano abituato a prendermi troppo sul serio, mi avevano addomesticato a un'idea di me stesso che non corrispondeva a quella del mondo reale, nel mondo che tutti vivevano fuori dalle mie convinzioni basate sul nulla, sull'abitudine a certi luoghi comuni che solo uno studio senza fine, senza obbiettivi concreti, senza una prospettiva tangibile di lavoro pagato potevano dare.

Quel lavoro umile, e anche umiliante, mi aveva svegliato, mi aveva dato quello scossone che difficilmente, molto difficilmente, potevo ignorare.

O, anni dopo, dimenticare.

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