Ma il bello era che rinunciare seduta stante all'oppormi a quella cosiddetta deriva, la sola idea di abdicare al pensiero di me stesso come il candidato ideale a quella vita fatta solo per impegnarsi in grandi progetti degni di nota nei pranzi di natale, mi rilassava, mi cullava.
Forse un lavoro umile era molto più confacente a quelle che erano realmente le mie esigenze.
In fin dei conti, mi bastava la tranquillità di potermi mantenere, ero lontano da casa e nessuno mi avrebbe potuto mai scorgere lì, chino a sgrassare e a riempire di volantini quel maledetto affare.
E mentre mi accorgevo di sudare freddo, di avere le mani tremanti e il dolore alle ginocchia, mi chiedevo se la coscienza di prostituirsi per la prima volta dava un effetto vagamente simile.
O forse mi avevano abituato a prendermi troppo sul serio, mi avevano addomesticato a un'idea di me stesso che non corrispondeva a quella del mondo reale, nel mondo che tutti vivevano fuori dalle mie convinzioni basate sul nulla, sull'abitudine a certi luoghi comuni che solo uno studio senza fine, senza obbiettivi concreti, senza una prospettiva tangibile di lavoro pagato potevano dare.
Quel lavoro umile, e anche umiliante, mi aveva svegliato, mi aveva dato quello scossone che difficilmente, molto difficilmente, potevo ignorare.
O, anni dopo, dimenticare.

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