Una di quelle cose che può farci recuperare l'autoeditoria è l'autenticità del linguaggio.
Chi scrive e pubblica da sé ha una grandissima opportunità: scrivere come parla.
Distorcere il linguaggio scolastico e farlo assomigliare sempre di più a noi e alla nostra parlata, lo rende caratteristico, particolare, unico.
Recuperare quella spontaneità d'espressione che si vuole nascondere a tutti i costi per non apparire ignoranti o meno acculturati di altri, perché questo ci hanno insegnato, ci rigenera come persone.
E, non soltanto, perché rivela le nostre origini, la regione da cui proveniamo, ma anche e soprattutto perché esplicita la nostra vera potenzialità linguistica, che poi è legata strettamente, non solo, al vocabolario di cui abbiamo potuto beneficiare, ma anche all'indole caratteriale che ci appartiene come persone nate e cresciute in un dato contesto.
Identità individuale linguistica e culturale.
Liberarla, e liberare la parola, le parole, per come ci vengono fuori dalla pancia, dà loro quella potenza e quell'identità che nessuno è in grado di scimmiottare.
Anche un linguaggio scarno, essenziale, asciutto ma vero, perché legato a chi lo usa tutti i giorni, ha la sua dignità letteraria e nell'autoeditoria può e deve essere valorizzato.
E se vi pare poco, questo è comunque quanto.
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P.S.: la foto è mia e non c'entra nulla con l'argomento.

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