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Una libreria non è un locale



Nonostante ci si ostini a voler riconvertire le librerie in luoghi d'incontro dove si realizzano eventi, si mangia e si ascolta musica, a volte pure dal vivo, e questo per cercare di dare una sferzata di vitalità all'attività economica in sé, che poi quella rimane, e cioè vendere libri, nulla sembra funzionare.
E si vede, perché, nonostante qualcuno resista o addirittura apra, c'è qualcun altro che, con dati alla mano, realizza che la sua missione, per così dire, è andata letteralmente a remengo e conviene tenere la serranda abbassata.
Cioè: magari l'evento funziona pure, la gente viene, parla, mangia, ride, ascolta la musica, magari sfoglia pure qualche libro e lo compra.
Il punto, però, è un altro: per quanto tempo si può andare avanti così?
Per quanto tempo ci si deve costringere ad agghindare, ad abbellire qualcosa per farlo assomigliare a qualcos'altro?
Quanti eventi è necessario organizzare per far sapere alla comunità che esistiamo come libreria, come attività che ha come suo scopo quello di vendere libri e, aggiungo io, quello di cercare di vendere libri di un certo tipo, perché indirizzare l'acquisto, orientare e motivare il lettore a immergersi in un certo tipo di autori, dovrebbe essere il perno del mestiere di chi vende libri, perché contrariamente a quello che pensano in parecchi, una libreria non è un supermercato, un distributore di libri?
Perché non si prende atto della realtà per quella che è, che la gente è ignorante, non ha voglia di leggere e non legge, perché la lettura costa tempo, fatica, impegno e passione, ma, sopra ogni cosa, implica motivazione e interesse?
Perché cercare di spacciare saggi, letture impegnate o romanzi a un mentecatto che non vede l'ora di uscire di casa solo per mangiare, ballare e rimorchiare?
Ma uno che va a un evento solo per vedere chi c'è, cosa c'è da bere o da mangiare o chi c'è alla console, il giorno dopo, lo si può immaginare, nello stesso posto, con un libro in mano?
In questa direzione, anche il contesto, la situazione che si vuole creare, non può prescindere da ciò che richiede chi, veramente, vuole fruire di un libro: il silenzio, il raccoglimento, la tranquillità.
A parte il giorno d'inaugurazione, che senso ha un evento in libreria?
Veramente si vuol credere che sia quello di attirare più lettori?
E qual è il ruolo dell'autoeditoria digitale nella parabola decadente della piccola grande libreria moderna?
Non credete che l'acquisto on line e la libreria virtuale ne rappresentino la naturale evoluzione?
E chiediamocelo, una buona volta: l'autoeditore non è, di fatto, anche il libraio di sé stesso?
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P.S.: La foto è mia e non c'entra nulla con l'argomento.

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