Mentre mi guardo allo specchio, dicendomi che ancora una volta sono sopravvissuto a un malanno, mini influenza o raffreddore persistente non l'ho ancora capito, m'è venuto in mente che ho fatto parte di una generazione a cui è stato insegnato a fare in funzione di un risultato, ad agire solo ed esclusivamente per raggiungere un obbiettivo, piccolo o grande che sia.
Il fare per fare, il fare a prescindere, il fare per piacere, l'agire non in funzione di qualcosa di preciso o di calcolato, l'azione fine a sé stessa, non sono mai stati ben accetti né predicati.
E oggi, come ieri, sono guardati con lo stesso sospetto e disprezzo.
Vengono ostacolati e derisi.
Ma il ragionamento in questione non si ferma all'applicazione di una ricetta, di una pianificazione, di una programmazione.
L'agire che conta, e a cui veniamo quotidianamente indottrinati, è solo l'agire che raggiunge il risultato.
Se ho conseguito il mio obbiettivo, la mia azione ha avuto e ha un senso compiuto.
E, forse, è questa l'aberrazione vera e propria, e cioè il pensare che il solo tentativo non supportato dai risultati, in fondo, non sia degno di essere tale.
Che senso ha tentare di fare qualcosa, o addirittura insistere, non avendo la certezza di raggiungere ciò che ci si è prefissati di raggiungere?
Anche la scrittura, oggi, incappa in questa forzatura, in questa distorsione, in questa forca caudina che uccide sul nascere le diversità, le voci che stanno fuori dal coro.
Hai scritto un libro che vende?
Hai senso.
Non hai scritto un libro che vende?
Non hai senso.
Sei stato pubblicato da un editore?
Hai senso.
Non sei stato pubblicato da un editore?
Non hai senso.
L'unica azione sensata è, quindi, un'azione programmata ed efficace, in questo caso, commercialmente efficace.
Tutto il resto dovrebbe convertirsi, cessare di esistere oppure, ancor peggio, venir relegato nell'angolo dei passatempi.
L'efficacia di un'opera pubblicata, però, non coincide con la sua popolarità, con il suo successo, eventualmente legati all'edizione da parte di altri.
Ed è solo liberandoci da questa catena mentale che riusciremo a ridare peso alle nostre parole e alla nostra libertà.
L'autoeditoria, da questo punto di vista, concede, a chi vuole scrivere per far sentire la propria voce, di staccarsi da questo sistema d'omologazione e dà la possibilità concreta di arrivare direttamente al lettore.
Ma è proprio il distaccarsi dall'ottica imprenditoriale che permetterà di ridare voce all'inascoltato, alla cosiddetta nicchia, all'impopolare perché diverso e distante dai numeri che contano.
(Se ti è piaciuto il post, condividilo)
P.S.: la foto è mia e non c'entra nulla con l'argomento.

Commenti
Posta un commento