Alcuni ci definiscono imprenditori editoriali, come se fossimo collusi col mare magno dell'editoria tradizionale: editori, editori di noi stessi, semplicemente.
E se non fosse così?
E se il nostro DNA ci imponesse di sgorgare questo luogo comune, di ribellarci a questa definizione, che poi altro non è che un modo diverso di ghettizzare semplificando?
Tralasciando il discorso sulla differente forma mentis, questa volta, mi voglio soffermare su un altro aspetto, non meno importante.
Partiamo da questo: l'editore è un imprenditore.
E, in fondo, anche noi autoeditori vendiamo qualcosa su internet. Questa è l'evidenza ed è fuori dal campo delle opinioni e delle discussioni.
Però, c'è sempre un però.
Non starò a farla molto lunga, mi preme sottolineare, soltanto, che chi vende, e voglio dire chi vende per mestiere, per professione, per passione, vuole, prima di tutto, accontentare chi compra.
Accontentare l'acquirente, nella migliore delle ipotesi fidelizzarlo, materializza quella sovrapposizione d'interessi, quello di chi vende e quello di chi compra, che garantisce e fluidifica la cosiddetta pulsione all'acquisto.
Chi vende, indipendentemente da cosa vende, vuole raggiungere quest'obbiettivo, che è direttamente strumentale alla realizzazione dello scopo d'impresa, e cioè garantire la copertura delle spese generando profitti.
Chi scrive e vende ciò che scrive, al contrario, bada, o diciamo che dovrebbe badare, tantissimo all'oggetto, al risultato finale della propria opera intellettuale.
E ci bada così tanto che, e qui tralasciamo chi scrive su commissione, se ne frega altamente di chi fruisce dell'opera, e cioè del lettore, il simpaticamente parlando utilizzatore finale.
E fa questo perché scrivere rientra, o diciamo così, dovrebbe rientrare nel campo della libera espressione, del soggettivamente incontenibile perché legato al lato umano, primordiale, essenziale, se vogliamo anche spirituale, di chi realizza.
Accontentare il lettore, al contrario, prescinde da questo aspetto e mal si coniuga con il cosiddetto lato artistico, che trova soddisfazione piena nell'andare a parare esattamente laddove si vuole andare a parare, senza condizionamenti, senza pressioni, senza aspettative.
E io sostengo questo: chi fa autoeditoria, e proprio dal punto di vista dell'editore, non tanto dell'autore, dovrebbe cercare di preservare, a tutti i costi, questa peculiarità, e cioè il rimanere fedeli a sé stessi, incontaminati e distaccati da qualsiasi giudizio, perché caratterizza e fortifica il proprio lato autorale garantendo così uno spessore, una qualità che, diversamente, tenderebbero ad appiattirsi.
Anzi, a voler essere più netti e onesti, fregarsene altamente del giudizio del lettore, significa rispettarlo.
E se vi pare poco, comunque, questo è quanto.
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P.S.: la foto è mia e non c'entra nulla con l'argomento.

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