Mentre rimuginavo di fronte all'ennesima tazzina di caffè, mi è venuto in mente che una copertina semplice, con al centro una foto possibilmente bella, interessante, curiosa, o comunque rappresentativa delle pagine che la seguono, è il più bel regalo che un autore possa riservare ai propri lettori.
E vi dirò di più.
Sforzarsi di trovare, o meglio, di ritrovare, la semplicità, la genuinità di ciò che si vuole mettere in vetrina, non fa che aggiungere valore all'opera.
Nessuno conosce ogni sua singola pagina meglio di chi l’ha scritta e, per questo stesso motivo, nessuno, meglio di lui, è in grado di stabilire quale immagine sia maggiormente rappresentativa.
In relazione al senso di quest’ultimo aggettivo, alcuni, se non la maggior parte, tendono a distorcerlo e a farlo coincidere con il grado d’incisività.
Cioè: più è in grado di colpire, di spingere all'acquisto, più è degna di rappresentare il suo contenuto.
Il sottoscritto scinde nettamente questi due aspetti e tende a valorizzare più il primo, vale a dire la rappresentatività.
La ragione è che, anche se a livello espositivo può avere la peggio, nel rapporto con il lettore, sinossi a parte, può stimolare quella curiosità genuina del “col senno di poi”.
Nel senso: ecco perché c’era questo in copertina.
Una sorta di sigillo che, letta l’ultima pagina e chiuso il libro, possa richiamare alla mente l’intero disegno di chi ha pensato la storia e l’ha scritta.
Da questo punto di vista, è una sintonia a pieno titolo con il contenuto, e questo anche se la presa di coscienza del lettore avviene a posteriori.
L’incisività grafica, per quanto possa anche coincidere con qualcosa di bello, di artistico, se separata dalla rappresentatività, annulla quella spinta ulteriore, quella completezza, quella coerenza che solo un corpo unico, fatto di copertina e testo, possono avere.
E se pure vi pare poco, comunque, questo è quanto.
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P.S.: la foto è mia e non c'entra niente con l'argomento.

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