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Autopubblicare vuol dire condividere i lettori


Quando passo sotto casa, una delle cose che amo più fare, è osservare attentamente quella straordinaria orda di bifolchi che bivacca all'interno e all'esterno del bar all'angolo.
I personaggi sono esemplari rozzi, di solito piuttosto aggressivi anche solo a parole e mentre scherzano tra di loro.
A quelle poche espressioni di senso compiuto che riescono a spiccicare con estrema difficoltà, uniscono, non di rado, una certa forma di grugnito che varia in ragione del fatto d'essere in accordo o meno con il proprio interlocutore.
Sono anche quasi sicuro del fatto che i tatuaggi che ostentano con disinvoltura non abbiano nulla a che vedere con il loro vero vissuto.
Sono come degli adesivi colorati.
Costosi, sì, ma senza alcun significato profondo.
Sono dei puri ignoranti.
Gioiosi, inconsapevoli, veraci, ma pur sempre ignoranti incapaci di evolversi culturalmente.
Quando riesco a beneficiare della loro presenza per più di qualche istante, realizzo quanto sia tristemente vero che il numero di persone che leggano anche solo un libro all'anno si sia drasticamente ridotto.
I pochi lettori rimasti, e intendo dire i lettori medi, non quelli forti, non potendo leggere a tempo pieno o, comunque, quanto vorrebbero, devono, inevitabilmente, scegliere a quali opere dedicare sia le proprie attenzioni che il proprio portafoglio.
E qui ho pensato: ma come si fa solo a immaginare, oggigiorno, che un editore medio possa sperare d'imporsi come si faceva un tempo, con poche pubblicazioni e pochi, degni autori?
Oggi come oggi, è già un successone se si riesce a fare in modo che le stesse persone che leggono quel che leggono, riescano a sovraccaricarsi anche di solo uno o due titoli in più.
Purtroppo, quei pochi lettori che sopravvivono, non si possono più conquistare: al massimo si possono condividere.
E se ci si riesce, e scusate se è poco, è già un buon risultato.
(Se ti è paciuto il post, condividilo)
P.S.: la foto è mia e non c'entra nulla con l'argomento.

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