A proposito della giusta distanza tra chi legge e chi scrive di cui parlavo qualche tempo fa (Autoeditoria: la giusta distanza), ho notato che, sempre più spesso, scrivere, e non per forza sotto contratto editoriale, oramai anche gli autoeditori ne abusano, comporta l'abbandonarsi al compimento di un gesto estremo: il tour promozionale.
Intendiamoci: ma oltre a fare un poco di gazzosa, mi dite a che serve?
Sì, va bene, me li immagino già tutti in coro: la promozione, il far girare il nome del libro, della casa editrice e dello scrittore, fare cassa, mettere a frutto l'investimento e portare a casa la pagnotta.
Ma siamo davvero convinti che comporti una maggiore probabilità di vendere anche solo una copia in più?
E ci sta pure che anche l'ego di chi scrive ha bisogno di essere concimato, e quale migliore occasione, se non quella di vedersi e sentirsi fare delle domande inutili e banali in una saletta semivuota, l'alternativa è la piccola libreria indipendente, con le copie da firmare, quasi sempre a carico di chi le ha scritte, da un'accozzaglia di frustrati e psicolabili che non hanno nulla di meglio a cui pensare se non stare a chiedere qualcosa la cui risposta risiede esattamente in ciò che hanno tra le mani e che dicono di aver sfogliato sino alla fine, e ovviamente parlo di narrativa, perché con la saggistica il discorso è un po' diverso, un po' più serio, e la cosa ha un senso.
Poi mi domando: e se l'autore risulta antipatico o è proprio brutto da vedere e da sentire, che si fa?
Lo si espone lo stesso o lo si tiene nascosto per benino dietro le tende di casa sua (consigliabile)?
Il fatto, cari lettori, è che ci si è dimenticati che chi scrive, di norma e regola, desidera stare nelle retrovie, dietro le quinte, appartato, ben celato all'occhio del pubblico.
Così è sempre stato. E così sarà.
Sia l'odierna editoria, una parte dell'autoeditoria e i social, invece, tendono a voler uniformare lo scrittore a qualunque scriteriato che intenda mettersi in mostra e farsi un poco di pubblicità a scopo di lucro, rifiutando di accettare quella che è la sua vera natura e che gli consente di tirare fuori qualcosa di buono.
Ma lasciamo stare per un attimo il marketing e tutti i suoi turpi obbiettivi e concentriamoci su un altro aspetto di questa brutta abitudine.
Non trovate che evidenzi una costante, stagnante e sfibrante voglia di celebrazione di ciò che si è fatto, anche se di infimo valore?
Oramai la soddisfazione sembra non stare più nel realizzare, ma nel fatto di mostrare a tutti d'averlo fatto, di presentarlo: gli altri lo devono sapere, lo devono sapere sempre e comunque.
In quest'orgia della presentazione, del rendere conto pubblicamente, del far sapere a tutti ciò che abbiamo fatto, non ci si fa la domanda delle domande: ma è proprio necessario mettersi in risalto, sottolineare ai quattro venti il frutto di un'attività che si svolge nella gioia del silenzio e della tranquillità, nella distanza da tutti, nel continuo rimuginare e mugugnare fra sé e sé?
E la rete non dovrebbe spazzare via ogni dubbio in merito?
Oggi, un blog tour, e se non sapete cosa sia date un occhio su google, e una miriade di altre occasioni che consentono di non esporsi, dovrebbero generare in chi ha voglia di scrivere, non per apparire ma per creare contenuti, la seguente domanda: perché dobbiamo farci trattare come burattini, come la caricatura di noi stessi?
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P.S.: la foto è mia e non c'entra nulla con l'argomento.

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