Se c'è una cosa bella dell'autoeditoria è che è sempre in divenire.
Chi scrive e autopubblica non deve aspettare il placet di nessuno per apportare delle modifiche a quello che ha già pubblicato.
Possiamo anche stravolgere tutto.
Non dobbiamo renderne conto a nessuno se non a noi stessi.
Se mi accorgo, rileggendolo, che qualcosa che ho scritto non va, o non mi va bene così come mi andava bene quando l'ho pubblicato, posso modificarlo e renderlo più simile o addirittura corrispondente a quell'ideale che rispecchia il mio modo di lavorare.
Se mi viene un'idea nuova per una copertina, se l'editing non mi soddisfa a pieno, se qualunque cosa non mi convince, la cambio e non ci penso più.
Ovviamente fino alla prossima volta in cui mi renderò conto che posso rendere più simile a quello che voglio ciò che ho già pubblicato.
Poi è vera anche un'altra cosa, e cioè che il non modificare di una virgola il già edito mi dà la possibilità di rivedere tutto il mio operato in prospettiva, dandomi l'idea della parabola ascendente o discendente del mio lavoro.
Si tratta di fare i conti con la propria sensibilità autoeditoriale.
Se credo nel cambiamento continuo, nell'aggiornamento costante di ciò che ho fatto e che faccio, allora il divenire diventa il mio modo di essere un autoeditore.
Ognuno faccia come ritiene più opportuno, per carità, ma questa possibilità, che nell'editoria tradizionale si chiama seconda, terza, quarta edizione, e che abbisogna di mesi o persino anni, e magari in relazione al venduto di un'opera, nell'autoeditoria si traduce in un click.
E se pure vi pare poco, questo è quanto.
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P.S.: la foto è mia e non c'entra nulla con l'argomento.

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