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Autoeditoria vuol dire autosufficienza


Autopubblicare “seriamente”, e uso le virgolette perché oramai, “fare sul serio”, oltre che triste e banale non significa più nulla o quasi, non vuol dire affatto coinvolgere per forza altri soggetti nel parto di un'opera letteraria.
Prima di tutto, l'espressione “fare sul serio”, in italiano corrente, non vuol dire mica avere più soldi da spendere per rincorrere una casa editrice sul suo stesso terreno.
Detto in altre parole, pagare uno o più professionisti, per quanto possa essere ritenuto opportuno, conveniente, tranquillizzante, “professionale”, necessario, serio, etc., non solo, non vuol dire automaticamente conferire più qualità al lavoro finale, ma non vuol dire neppure aumentare le probabilità di vendere anche solo una copia in più.
E non stiamo qui a ricordare che le case editrici, e in testa, hanno problemi seri a sopravvivere di quello che vorrebbero spacciare al lettore dopo aver coinvolto tutti i loro collaboratori.
Non dimentichiamoci poi la domanda fatidica: che succede se il lavoro del professionista non mi soddisfa?
E cioè se non mi piace o non rispecchia quello che ho scritto?
Che succede se il professionista interpellato non è bravo abbastanza?
E se non riesco a farci squadra o addirittura lo detesto o viceversa?
E non vado oltre.
Nessuno vuole vedere l'evidenza, la banale evidenza.
Oltre al fatto che chi autopubblica può finalmente decidere in totale autonomia, ed è questa la vera rivoluzione, tutto quello che riguarda l'opera letteraria ruota intorno a quest'ultima.
E se le ruota intorno significa che è secondario.
Anche la copertina, che tutti in coro descrivono come il biglietto da visita del libro, è secondaria, perché se ci pensate un attimo, chi legge per davvero, il lettore seriale, che cerca qualche cosa di nuovo, che vuole provare qualcosa di diverso, non si ferma alla superficie, ma va oltre.
Il presunto lavoro sul testo, poi, che suscita tante discussioni, che fa arricciare tanti nasi, è ancora più evanescente, perché non c'è nessuno che possa realmente giudicare che quello che ho scritto vada bene o meno.
Perché scrivere vuol dire esprimersi, esprimersi liberamente, ed è arte, non dimentichiamolo.
Inoltre, chi rivede un testo può esprimere un'opinione, basata anche su anni d'esperienza, ma da qui a mettere in correlazione il suo intervento con un aumento delle vendite ce ne passa.
Ma non voglio approfondire.
La vera opera di revisione deve essere fatta a più riprese dallo stesso autore.
Vogliamo mettercelo in testa o no?
E soprattutto se si parla di autoeditoria.
Bisogna mettere da parte e rivedere dopo parecchio tempo.
Lo so, è una strada più lunga, più faticosa, si viaggia in solitario, ma alla fine è più sicura e più soddisfacente.
Senza contare che alcune case editrici più piccole lo danno per scontato.
L'autoeditore che vuole “fare sul serio”, e continuiamo pure a usare quest'espressione, dovrebbe preoccuparsi prima di tutto di prendersi la responsabilità di quello che scrive e che pubblica.
Dovrebbe lavorarci a fondo, duramente, con piacere e passione, e dovrebbe cercare di fare fronte a ogni singola necessità editoriale contando esclusivamente sulle proprie forze, colmando ogni lacuna, o almeno cercando di farlo al meglio, ma, sopra ogni cosa, dovrebbe ricordarsi che il suo mestiere è artigianale, e l'artigiano, il vero artigiano, anche se non raggiunge la perfezione, crea qualcosa di originale, di riconoscibile e unico basandosi solo su un unico fattore: l'autosufficienza.
Autoeditoria vuol dire autosufficienza.
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P.S.: la foto è mia e non c'entra nulla con l'argomento.

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