Più passa il tempo e più mi rendo conto che, se ti piace scrivere e pubblicare quello che scrivi (ti sarai accorto anche tu che il piacere che provi deriva unicamente dall'effetto diretto della tua azione, ovvero i racconti, i romanzi o quello che pubblichi, tutto quello che pubblichi), le reazioni, ogni tipo di reazione a quello che fai e le conseguenze, tutte, commenti, negativi o positivi che siano, vendite, statistiche, etc., non contano nulla.
Per essere precisi, indicano esattamente il tuo limite, quello di cui non ti devi, o meglio, non ti dovresti, assolutamente preoccupare per raggiungere i risultati che ti soddisfino veramente.
Ovviamente dal punto di vista autorale.
Alcuni direbbero che, se autopubblichi, dovresti occuparti anche di questo, e, in parte, hanno ragione, ma dopo, il punto è questo, solo dopo.
La prima cosa che conta è scrivere e scrivere bene, farlo per piacere e non in vista di alcuna preoccupazione editoriale: soldi, vendite, visibilità, diritti d'autore, etc.
So di ripetermi ma insisto: occorre focalizzarsi sul fatto di scrivere per un'esigenza personale, per la voglia, per la necessità di esprimersi, non badando, anzi, fregandosene altamente dei numeri.
E non per nulla.
Viviamo in un periodo in cui tutto quello che si fa e che si continua a fare mantiene un senso compiuto solo se ottiene il risultato numerico che abbiamo preventivato o solo sperato.
In sintesi, scrivo un racconto: se vende le cento copie che mi aspettavo che vendesse, ha avuto un senso, se ne vende quattro, non ce l'ha.
Ecco, occorre, prima di tutto, uscire subito da questa mentalità.
L'opera letteraria non è un prodotto.
Ha un senso compiuto a prescindere: da quanto vende, da quanti viene letta e anche da come è scritta.
Sì, hai capito bene, anche da come è scritta.
Il primo obbiettivo di un autoeditore è, o quanto meno dovrebbe essere, ripristinare il senso della scrittura (se per lui ne ha uno, è chiaro!), ridarle pieno valore come frutto della libera espressione individuale, linfa vitale di ognuno di noi.
I risultati raggiunti, quelli possibili, quelli probabili, quelli impossibili, sono l'equivalente della sorpresina dentro l'ovetto di cioccolata.
Carina, sì, ma non è per quella che te lo sei comprato.
E se vi pare poco, comunque, questo è quanto.
(Se ti è piaciuto il post, condividilo)
P.S.: la foto è mia e non c'entra nulla con l'argomento.

Commenti
Posta un commento