Arriva un momento in cui anche chi crede fermamente di potercela fare, e per potercela fare intendo arrivare a un traguardo di un certo livello, deve riuscire a dire e a dirsi basta.
L'autoeditore, in questo senso, così come uno scrittore, non fa eccezione.
L’estrema facilità di pubblicazione, il mercato saturo, l’invisibilità in mezzo a milioni di potenziali talentuosi, la distorsione dei mezzi di comunicazione e promozione e una platea di lettori che non fa altro che restringersi o indirizzarsi verso taluni generi che la fanno da padrone, rende questo mestiere indubbiamente inconcludente e inidoneo a realizzare quei propositi che ogni neofita pensa di poter riuscire a mettersi in tasca nel giro di poco tempo.
Ma nell'autoeditoria, così come nell'editoria media, piccola e molto piccola, anche il sopravvivere, il vivere dignitosamente del proprio lavoro, possono essere considerati (e ormai lo sono) un lusso inarrivabile.
E questo perché, semplicemente, non c’è domanda o, almeno, non c’è domanda per tutti.
Quindi, per quanto ci si possa spendere, applicare, sforzare, il risultato sperato non arriverà mai.
E si rinuncia, si lascia perdere.
E questo perché?
Perché se scrivi per lavoro, come ogni lavoratore, e in questo non vedo nulla di male, anzi, scrivi anche solo per sopravvivere.
Per quanto ti possa risultare piacevole, quello che vorresti più di tutto è arrivare a un utile, a un risultato economico, seppur piccolo o addirittura insignificante.
Detto in altre parole, un guadagno.
Una ricompensa tangibile e spendibile.
Ecco, ed è qui che, secondo me, esiste un solco netto tra una scrittura, diciamo così, disinteressata e un’altra, al contrario, totalmente interessata.
Lo scrittore interessato, e ci ricomprendo tutti, anche chi vuole solo guadagnarci il minimo senza arricchirsi, non si appassiona a un risultato estetico, letterario, totalmente autoreferenziale, che prescinde dalle vendite e dal mercato.
Non può. E lo capisco.
Ma il punto è: se non si riesce a produrre e a offrire quello che richiede la domanda, quanto si può pensare d’insistere con il peso addosso di non esserci arrivati?
Poco, me ne rendo conto.
Ed è meglio così, perché la frustrazione, quella vera, invisibile, quella che ti consuma da dentro, tutti i giorni, come un veleno, non ti dà la carica, stringe il cappio.
Se hai qualcosa da dire, invece, se ti preme partorire una storia che esprima quello che hai dentro, se questo ti basta e riesci a nutrirti di una soddisfazione sganciata dalla mentalità del commerciante, le cose sono ben diverse.
E lo sono perché sei indipendente, autonomo, non ricattabile, inarrestabile ma, soprattutto, soddisfatto.
E al di là di qualsiasi riscontro, di qualunque incoraggiamento, di un risultato, di una recensione, di una presentazione, del denaro.
Anche se non sembra, e questo perché siamo immersi nella subcultura da mercato (conta solo quello che si vende, quello che vende, i soldi, solo queste cose sono considerate costruttive, sensate), chi scrive e autopubblica in maniera totalmente disinteressata, si autoalimenta e trova nel piacere in quello che fa la forza per poter continuare.
Il piacere disinnesca, non solo, la fatica, le lunghe ore passate seduti a trascrivere su carta degli impulsi elettrici, ma, cosa ancora più importante, conferisce un senso logico, un fine, una ragione che spinge con forza sull'acceleratore per andare avanti.
Questa spinta, questo piacere possono pure trovare delle pause, degli arresti, anche lunghi, ma la quiete che sottende queste parentesi si bagna di pace, di raccoglimento da pausa e non ha nulla a che vedere con la frustrazione da non riuscita.
Morale? Cercate d’immaginarvela da soli.
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P.S.: la foto è mia e non c'entra nulla con l'argomento.

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