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Scrivere è un piacere ma non è conveniente


Più passa il tempo e più mi rendo conto di quanto ogni forma d’arte debba rimanere svincolata, non solo, dal mercato, ma, in generale, dal concetto stesso di convenienza.
Si fa arte per necessità interiore, per passione, per piacere, ma non perché conviene.
Ogni opera ha un valore intrinseco, per il suo autore ma anche per chi ne usufruisce, che non potrà mai coincidere con un eventuale prezzo da fruizione.
L’artista, e non importa che scriva, che canti, che si muova, che dipinga o che suoni, raggiunge il suo scopo, trova la sua soddisfazione e il senso di quello che fa mentre lo fa.
Mentre fa arte e dopo che l’ha realizzata.
Lo sfruttamento economico dell’opera è un’altra cosa.
Io non dico che un artista non abbia il diritto di vivere di quello che fa come artista, per carità, io dico che se realizza qualcosa solo ed esclusivamente per guadagnare anche il tanto che gli basta per viverci, non fa l’artista, fa un’altra cosa.
Chi fa arte non può lamentarsi del fatto che non ci sia chi gli permetta di trarre profitto dalla fruizione dell’opera prodotta.
Detto in altre parole, se faccio il pittore, non posso pretendere d’avere il diritto di vivere dalla vendita dei miei quadri.
Se decido di venderli, se c’è chi li apprezza e che è disposto a pagare quello che gli chiedo per averne uno in casa, allora è diverso.
Stessa cosa per chi canta, per chi scrive, per chi balla, etc.
Perché?
Semplice: l’artista non lavora, non dovrebbe aspirare al fatto che qualcuno riconosca un valore economico a quello che fa.
Altra cosa è quando lo si vuole sfruttare, e cioè quando si pretende che faccia ciò che fa in cambio di niente e a uso e consumo di qualcun altro.
Troppo spesso leggo sui social i post di chi si lamenta, e in certi casi frigna pure, perché non riesce a vivere di scrittura, di musica, etc.
La cosa lascia interdetti.
Se ci si vuole esprimere, se si è in grado di farlo per realizzare qualcosa che ci soddisfa e lo si fa, non solo, non c’è nulla di male, ma rappresenta il vero senso del fare arte.
Se, invece, si pretende di vivere d’arte come di qualsiasi altro lavoro, c’è qualcosa di sbagliato, di irrimediabilmente sbagliato e che fa perno sulla convinzione che ci sia bisogno di qualsiasi persona che scrive, che canta, che balla o che dipinge.
L'artista autentico ha solo la necessità di esprimersi, non di vendere quello che realizza perché qualcuno lo compri e gli garantisca così una sicurezza economica.
Se mischiamo i soldi all'arte, l'arte diventa i soldi, il mercato, la convenienza, ed è soggetta a una serie di regole che creano due convinzioni: che tutti la possano fare e che chi la fa, per il solo fatto di fare qualcosa, abbia il diritto di camparci.
Sapete cosa generano queste due convinzioni?
In una parola: frustrazione.
Morale? (Se ne esiste una)
Fare arte non conviene, ma se chi la fa ne ha la necessità e ne gode per primo, è libero di farla e di trarne giovamento.
Questo è il suo vero compenso.
E vi sembra poco?
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P.S.: la foto è mia e non c'entra nulla con l'argomento.

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